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15|4|20 Sdegno d’avanguardia

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“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, in Italia, nel 1994.
Nel 1992 John Frusciante, chitarrista dei Red Hot Chilli Peppers, abbandona il gruppo durante il tour.

Simbologia degli anni 90, del suo ermetico significato: John era colui che per noi metaforicamente si era allontanato dal successo crescente, dalla routine, dall’abitudine, dalla sicurezza e dalla certezza, come noi degli anni 90 stavamo facendo nei confronti di ciò’ che gli anni 80 ci avevano lasciato in eredità, con cui i nostri genitori amorevolmente volevano continuare ad allattarci.
Noi percepivamo che quello di cui ci parlavano, di cui ci nutrivano non sarebbe durato a lungo, le cose stavano cambiando ed avevamo sempre più fame.
La politica stava cambiando, le mode stavano cambiando, le guerre si stavano spostando e cambiando, e un disagio sempre più palese si faceva strada per le vie della nostra coscienza.
Disagio di cosa? Per cosa? Avevamo tutto.
Ma allora perché eravamo così arrabbiati? Perché eravamo così sdegnati?


Beh, io credo che possa accadere quando non ti senti all’altezza di quei gloriosi e sfavillanti 80 che tanto avevano arricchito e tanto avevano “glitterato” e “synthetizzato” tutte le increspature del futuro che di certo non sembrava a noi così tanto “vola, mio mini pony”.
I tuoi genitori ci speravano che tu fossi come loro, che continuassi ad abitare la loro sicura casa ma noi non ci sentivamo più a nostro agio, volevamo solo una nuova casa in cui avremmo potuto sentirci liberi creatori del nostro destino.
Per costruire avremmo dovuto ripartire dalle basi, come in uno scenario post bellico, ripartire ma senza più tecnicismi, senza più tanti ornamenti, solo con le nostre voci soffocate da un decennio di “andrà tutto bene”, da rabbie profonde e da frustrazioni che avevano sete di sfoghi e a cui dovevamo necessariamente dare una forma.

Una forma che aveva un sapore di tristezza che non sapevamo tradurre se non in urla sofferte e rabbiose, in testi ermetici, riff ipnotici e suoni distorti, taglienti e talvolta stonati che squarciavano le parti più profonde di noi e di tutto quello che ci circondava.
La sofferenza era diventata per noi uno stato di quiete, di pace e serenità, in cui ci sentivamo compresi, come in un auto analisi che ci avrebbe purificato, spogliato e scarnito fino in fondo.

Ci piaceva sentire la sofferenza. La volevamo a tutti i costi e adoravamo soffrire. Questo ci faceva sentire come dei nuovi romantici, nuovi poeti maledetti, nuovi profeti di un neonato archetipo. Non volevamo essere uguali ad altri, non volevamo essere simulatori passivi degli anni 80 e dei suoi stereotipi e della loro patinata euforia. Eravamo lontani anni luce ormai ed ora avevamo finalmente una voce. E quale miglior strumento se non la musica a colmare questo grande vuoto? In Italia, i capannoni, i centri sociali, le scuole occupate, i primi festival nei parchi, le cantine e i garage, cominciarono a diventare così dei luoghi sicuri, in cui potevamo essere noi stessi in mezzo a chi, come noi, era orfano ed in cerca di un luogo sicuro, di una casa in cui potersi esprimere.

I mezzi che avevamo a disposizione e che facevamo girare nelle mani e nei walkman, come il miglior spinello della vita, erano quelle cassette, cassette da 60 o 90 minuti di collage di qualità di suono molto discutibile ma di genuino intento e di profetica diffusione. Bevevamo, fumavamo tutto e di tutto, ascoltavamo con concitata partecipazione tutti coloro che salivano sui palchi con le loro armi fatte di chitarre, bassi e batterie e, come in una seduta catartica, ci liberavamo con il suono dei nostri peggiori stati d’animo. La purificazione la trovavamo proprio nel caos, un caos che è diventato avanguardia.
E mentre tutto questo accadeva e si compiva, i nostri inconsapevoli genitori continuavano a chiedersi e a chiederci “va tutto bene?”. Si, finalmente stava cominciando ad andare tutto bene.

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